Un 25 novembre che brucia questo sistema di guerra e violenza di genere!

di Marta Collot

Ieri una grande manifestazione ha attraversato le strade di Roma, partendo dal Circo Massimo. 500 mila persone hanno partecipato alla manifestazione nazionale chiamata da Non Una Di Meno, come sempre in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

I fatti degli ultimi giorni, il femminicidio di Giulia, hanno sicuramente fatto montare un’ondata di rabbia che ha spinto tante e tanti a non limitarsi allo sdegno personale. Chi non può più sopportare questa violenza perpetrata in continuazione ha voluto dare una risposta collettiva, portando all’evidenza pubblica la profondità del problema e le responsabilità di una società malata.

Perché, a differenza della retorica liberale, tutte e tutti noi sappiamo che la condizione femminile non si risolve con l’impegno individuale, ma con il ribaltamento dei meccanismi discriminatori di questo modello. Quando c’è un femminicidio ogni tre giorni e un terzo delle donne ha subito una qualche forma di violenza, fisica o psicologica, nel corso della sua vita, il problema è sistemico.

E la risposta non è il silenzio, ma dare fuoco a tutto, come ha detto la sorella di Giulia. Lottare, non solo il 25 novembre, ma tutti i giorni. E non fermarsi alla lotta, all’impeto personale e del momento, ma organizzarla, strutturarla, farla vivere giorno dopo giorno nella vita quotidiana di tutti noi. Rivolgerla contro i responsabili politici di questa disuguaglianza, di questa violenza che ci viene sistematicamente fatta.

Non è un caso che ieri la marea in marcia a Roma abbia ricevuto una striminzita copertura mediatica, mentre il caso avvenuto in Veneto ancora impazza nei telegiornali ogni volta che c’è da far ascoltare questo o quel opinionista.

È la risposta collettiva e non remissiva di centinaia di migliaia di persone che spaventa la classe dirigente, e che deve essere nascosta per nascondere ogni speranza.

Preoccupa anche il fatto che nel corteo di ieri sono state tante anche le associazioni e le organizzazioni presenti, da quelle giovanili ai partiti ai sindacati conflittuali.

Così come tante sono state le bandiere della Palestina a segnare la solidarietà internazionalista dei manifestanti con tutte le forme di resistenza che si oppongono ai fautori di questo sistema, dai vertici NATO alle forze politiche di destra e centrosinistra nostrani.

Se bisogna bruciare tutto, bisogna farlo fino al cuore dell’imperialismo occidentale. Al cuore di quel blocco euroatlantico che con i suoi vincoli di bilancio e militari dà forma a una società sempre più povera, più competitiva, più bellicista e irregimentata. Tutto per favorire gli interessi di élite ristrette, che temono il saldarsi di tante sigle e persone in una chiara opposizione.

Quando un governo reazionario come quello di Milei sale al governo in Argentina, e si legittima col sostegno a Washington e a Tel Aviv, è il diritto alla contraccezione e all’aborto di tutte noi a essere sotto attacco. Così come quando veniamo sottopagate o veniamo gettate per strada perché non possiamo pagare l’affitto, ma le spese militari aumenteranno al ritmo di tre miliardi all’anno da qui al 2028.

È una catena che si alimenta e si rafforza, in cui il nostro paese è invischiato in virtù delle mire di una minoritaria classe padronale, in piena crisi per cui non hanno soluzioni… una catena che va spezzata. Siamo stanche di politici e sindacalisti servili, che fanno dichiarazioni altisonanti, fuori dalla realtà e senza riscontro concreto, solo perché fa comodo fare sciacallaggio su casi come quello di Giulia.

Sappiamo di avere ragione, ieri abbiamo mostrato la nostra forza. Da domani bisogna continuare a lavorare per organizzarla al meglio e farla diventare una delle micce della rivoluzione.